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La conoscenza è condivisa per definizione.
La conoscenza attuale non può essere contenuta nella testa di un singolo individuo, quindi si può definire che il sapere umano è conoscenza collettiva. Relativamente alla creatività, soggetto principale del copyright, come espresso molto efficacemente ed elegantemente nel 1905 dal matematico Henri Poincaré: “Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili”.
A chi sia “utile” e “come” è una scelta morale e soggettiva. Tuttavia la creatività è sempre una rielaborazione. Allora bisognerebbe introdurre almeno il concetto di debito formativo verso la collettività quando si pretende un copyright.
Mi capita di trovare in rete diciture che “vietano la parziale memorizzazione e rielaborazione dell’opera”.
E ciò mi stupisce perchè paradossalmente si tenta di vietare e negare funzioni naturali del cervello umano.
Questi divieti mi sembrano un eccessivo protezionismo, ma soprattutto una invasione dalla libertà di memoria e rielaborazione.
Come esposto nel post precedente la conoscenza umana per millenni è stata tramandata attraverso la memorizzazione di informazioni poi tramandate.
Capisco il desiderio di protezione di proprietà e di identità, che a volte molti usano per mascherare interesse e paura, ma non ne capisco i toni e nemmeno l’efficacia.
Parafraso una frase di Anthony de Mello “E’ solo quando si ha paura che ci si difende”.

Ragiono un momento su alcuni concetti della Democrazia. La democrazia dovrebbe proteggere alcuni principi fondamentali come libertà e pari opportunità, e i poteri deboli dai forti ridistribuendo le concentrazioni di risorse. L’operato umano da migliaia di anni viene quantificato in valore monetario. Quindi chi concentra del valore lo deve ridistribuire in parte alla collettività attraverso le tasse.

L’idea di valore quindi di denaro è legata anticamente al baratto, cioè al tempo e al lavoro necessario per produrre il prodotto da barattare.
Questo andava bene nell’era dell’agricoltura o industriale ma attualmente siamo nell’era dell’accesso.
Nel saggio di economia scritto da Jeremy Rifkin appunto “L’era dell’accesso” “Questo cambiamento prevede il passaggio da un’economia dominata dal mercato e dai concetti di bene e proprietà, verso un economia dominata da valori come la cultura, l’informazione, e le relazioni.” (Tratto da wikipedia)

Quindi risulta palese che il concetto di copyright crea divario tra chi può accedere e chi non può accedere alle opere, alla cultura, al sapere e le tasse dovrebbero servire oltre che per i servizi primari a creare le condizioni di uguaglianza nei confronti dell’accesso alla conoscenza altrimenti non si può parlare più né di democrazia né di libertà, né di pari opportunità.

La Storia ci mostra come la conoscenza tramandata da Socrate a Platone, ad Aristotele e da questo tramandata a Alessandro Magno e Tolomeo abbiano creato la prima grande concentrazione di sapere, la Bibblioteca di Alessandria d’Egitto, dove vi studiò anche Archimede.
E’ grazie all’accesso alla conoscenza e alla condivisione di questa che l’umanità vive i più grandi progressi.

Secondo me il concetto di copyright crea un cortocircuito nello sviluppo della conoscenza collettiva, un cortocircuito da correggere.